E comunque oggi è giovedì e il giovedì alla CRA Venturini si raccontano storie.
Di vita, di memorie, di ricordi…oggi ve ne raccontiamo qualcuna che riecheggia riflessioni attuali.
Siamo nel settembre del ’44 e c’è una casetta con dentro dieci bambini e una signora che cucina i biscotti. Sì, lo so, sembra l’inizio di una favola. Solo che, ecco, fuori si sentono grida di aiuto, i cani abbaiano e nell’aria è tutto un vorticare di polvere. Il fatto è che Imola è stata bombardata e i danni stavolta sono pesanti.
Appena usciti dai rifugi, tutti sono corsi alle loro abitazioni per cercare di salvare il salvabile e dare una mano a chi è rimasto sotto le macerie.
In quella casetta, che è poi solo una stanza al pianterreno, sono riuniti i bambini del vicinato, in tutto sono dieci. Due di loro, Cledes e Giuseppe, sono figli di Derna, la signora dei biscotti.
Ah, piccolo particolare, Derna è incinta di nove mesi e ha come la sensazione che il giorno buono sia proprio oggi.
A un certo punto due soldati tedeschi, forse attirati dal profumo dei biscotti, scendono dal sidecar e con un calcio aprono la porta. Vedono i biscotti sul tavolo, fanno per prenderli, ma poi, allargando lo sguardo alla donna col pancione e a tutti quei bambini, non hanno cuore di farlo e se ne vanno quasi chiedendo scusa.
Poco dopo, a Derna si rompono le acque, Giuseppe il figlio più piccolo va a chiamare la levatrice, ma la levatrice non si trova, il suo palazzo è ridotto in macerie.
Accidenti, e adesso che si fa?
Si fa che l’aiuto arriva da chi meno te lo aspetti, si fa che, a volte, quelli che dovrebbero essere i cattivi sono invece i buoni.
Infatti, perché diavolo quei due soldati tedeschi sono tornati? Sarà stata, immagino, la tenerezza di quella scena, fuori l’inferno e, dentro una stanzetta, dieci bambini affamati e una donna col pancione.
Sia come sia, i due soldati caricano delicatamente Derna sul sidecar, la coprono con una coperta e mettono in moto. La strada verso l’ospedale è un’avventura di buche e sobbalzi, senza contare che attorno a Imola i bombardamenti sono appena ripresi.
Anche l’ospedale è stato colpito e tutte le finestre sono in frantumi. Arriva un’infermiera che, per prima cosa, s’infuria: “Questo non è un ospedale militare, andate a Castel San Pietro!”, ma poi, quando si accorge di Derna, si dà immediatamente da fare.
“Voi mettetela su quel lettino, io vado a vedere se trovo un dottore”. I militari, dopo aver tolto tutte le schegge di vetro, l’adagiano con la massima delicatezza, poi se ne vanno.
Arrivano il dottore e l’infermiera, la portano in sala operatoria, anche lì occorre ripulire dalle schegge, ma, una volta fatto, Franco, in mezzo alle bombe che continuano a cadere, può finalmente venire al mondo.
Il racconto ha lasciato i nostri anziani col fiato sospeso, sarà che quando ci sono una mamma e un bambino di mezzo è difficile non rimanere coinvolti, sarà che qui la guerra l’han vissuta tutti.
Normale allora che l’uditorio si accenda e partano a pioggia i ricordi: “Io mi ricordo di un ufficiale tedesco con la faccia da bambino”, “Io mi ricordo l’eccidio del pozzo Becca, tutti quei partigiani torturati e uccisi...”.
E poi le luci dei bengala nella notte, l’aereo da ricognizione inglese che tutti chiamavano Pippo, il fragore assordante delle sirene d’allarme.
Tutte immagini impossibili da dimenticare.
Ok, noi animatori a raccontare direi che ce la caviamo.
Ma la nostra narratrice per eccellenza è una splendida signora che ha scritto, e scrive, dei bellissimi libri sull’Imola di un tempo.
Piccoli fatti, piccoli uomini, piccole donne. Una sorta di storia parallela, importante quanto la storia ufficiale. Una faccenda per la quale occorrono curiosità, passione e uno sguardo ora poetico, ora antropologico.
Col suo retino magico, infatti, Luisa va a caccia di ricordi, il che significa interessarsi alle persone, parlare e interagire con loro, restituendo importanza alla vita minuta, quella di tutti, quella che di fatto viviamo.
Bene, i suoi libri noi li abbiamo letteralmente saccheggiati, raccontando ai nostri anziani di vecchie osterie, antichi mestieri, botteghe oramai scomparse, feste da ballo, sere d’estate, bagni al fiume, rotocalchi, divi del cinema, profumi, sapori, odori…
E tutta una serie di personaggi leggendari: Zizì, Pompilio, Olga la strolga e Rosa Cuore d’Oro, prostituta chiamata così perché era tanto generosa con tutti.
Il fatto è che Luisa sa scrivere, un mosaico di immagini vivide, un fiorire di dettagli, una impressionante ricchezza lessicale.
Ma, cosa niente affatto scontata, Luisa sa anche raccontare. Sarà che è autorevole e insieme molto alla mano, sarà che sa adeguare l’eloquio all’uditorio che ha di fronte. Così noi siamo sempre felici quando viene a trovarci.
La guerra, ovvio, è un argomento ricorrente di questi incontri e, anche quando si parla d’altro, in qualche modo vien sempre fuori.
14 aprile ’45
Mentre Imola è avvolta nel silenzio e sembra una città di fantasmi, Luisa è in terrazzo, rifugio prediletto delle sue fantasticherie di bambina.
D’improvviso delle grida provengono dalla strada e, per una volta, sembrano essere grida di gioia. Le prime campane a battere sono quelle del comune, seguono poi quelle di San Cassiano, Sant’Agata, Sant’Agostino, San Lorenzo.
Qualcuno ha issato una bandiera sul tetto più alto, le rondini impazzite volano altissime e poi scendono in picchiata, i gelsomini del balcone hanno un profumo speciale, sarà la primavera, sarà che anche sua madre si è messa a cantare, una voce che non sentiva da tanto, troppo tempo.
Allora è proprio vero, la guerra è finita.
Quello che Luisa prova è una vertigine, fatta di gioia certo, ma anche di una sorta di spaesamento, quasi fosse irreale il pensiero di poter mutare una condizione che, giorno dopo giorno, era diventata l’unica possibile. La guerra, infatti, era oramai la normalità.
Dicendo queste ultime parole il volto di Luisa cambia, cambia la sua voce. Forse per un attimo è tornata la bambina di allora.
Accidenti, chi si aspettava questo tono malinconico, questa piccola puntura di spillo? Stiamo parlando della fine della guerra, un giorno di festa!
Liliana, che ha ascoltato con attenzione e si è parecchio emozionata, decide allora di rimettere le cose a posto. “Il 14 aprile anch’io ho cantato! Insieme alle altre ragazze, insieme a tanta altra gente!”.
E allora cantiamo, cantiamo tutti…
“Voglio vivere così, col sole in fronte, son felice e canto beatamente!”.
Gli animatori della Cra Venturini
Per qualsiasi informazione non esitare a scriverci compilando questo modulo.